I 10 libri del Premio Pnlegge Poesia

La giuria del Premio ha scelto i dieci libri tra i quali, entro luglio, saranno proclamati i tre finalisti.

Sono: 

Michele Bordoni, Gymnopedie (Italic Pequod)

Satie, Racine, Rilke, Saffo, Luzi, Bach: sono solo alcuni dei nomi che si incontrano, a partire dal titolo, leggendo Gymnopedie di Michele Bordoni, alla sua opera prima. Nomi che sorreggono come un’impalcatura – forse un po’ troppo esibita – questa prima prova che accorda la sua musica a quella della grande poesia novecentesca, in un misurato canto ore rotundo senza smorzature, ironie, dissonanze. È questo il suo limite più vistoso, quello che la fa sembrare riconoscibilissima e a tratti epigonica, anche se certamente Bordoni scrive a partire da un’urgenza vera. Così, tra vinili, gabbiani, grembi, sudari e altri fossili linguistici, troviamo testi in cui l’autore, che pure non rinuncia mai al monologo lirico, sembra capace di impattare con più attrito sulla quotidianità, sul mondo della prosa: è in queste zone che vanno trovate le prove migliori e più cariche di futuro, perché solo rinunciando a cercare  l’«eleganza che ci manca» e al desiderio di tornare al nulla la poesia di Bordoni potrà diventare qualcosa di radicalmente altro da ciò che conosciamo già.

 

Oggi il mondo ha il tuo odore.
Lo dicevo
Che avrei potuto riconoscerlo fra mille,
persino fra le foglie congelate
gialle nel loro giallo, nomi senza più nome.
Adesso, fra la neve che si scioglie,
diventi voce liquefatta, terra
ancora intirizzita dal silenzio.

Pronunciarti
Sarebbe un bacio di radici ed acqua
e parlarti un prendere il mondo a morsi.

 

*

 

Beatrice Cristalli, Tre di uno (Interno Poesia Editore)

In questo suo esordio, Beatrice Cristalli sembra privilegiare il discorso rispetto ai versi, irregolari e articolati in testi anche pluristrofici. Le immagini si raggrumano intorno alla necessità di trovarsi, malgrado le intemperie dell’esistenza, e dicono il desiderio di stare bene, magari nel transito: Sento tutto nel passaggio / E ogni giorno meglio. Ogni certezza nel passo deve essere ripensata e il lettore insegue i dubbi della voce poetica, la cui parola/Dabar agisce nello stare di un corpo che s’interroga, fa i conti con l’altro da sé che siamo, si disallinea di continuo dal soggetto che cambia.

Proprio la relazione tra il soggetto e la parola è uno dei temi principali dell’opera, tesa a comprendere un dolore giusto, capace di far sentire le cose (per ora, per una volta), al di là del nostro disaccordo col mondo.

 

Uno di uno

 

C’è un impulso vero
E pochi sobbalzi – entusiasta
Io so cosa fare:
Sentire senza pace le cose
Dicevi che è un dono
«Un dono che fa male»
Ma io guardo sotto
È perfetto nella sua
Inconsistenza – mare
Non può salire
Regge il suo farsi senza fondo
Nel pozzo che vedo anche io
Perché soffro i silenzi come un
Neonato
E solo le comete conoscono
I passaggi – tra sinapsi e globuli
Sparerei un canto che è solo
Sangue trattenuto.

 

Ma quanto bene mi fa
Guardarti dopo anni senza volerti
Musa
Per dirmi quello che rimane fuori
Dalle parole – le altre
Quelle che non si dicono
Con il peso dell’ironia e l’abisso
Facile – è così, è così:
Sentirmi lontana dal mio sentimento
E fingermi a posto.

 

Dovrei rispondere solo a me,
Dici che troverei la meraviglia
Ma quel verso non sai indirizzarlo
Io non voglio alcun atto
Nel teatro qui sotto
Io pretendo il mare in cima
Che resta:
Ci sono cose che ritornano
E non avvisano
Le vedo, tra una mano mai chiesta
E la voglia di intrufolarsi
Nel giardino privato
Con il piacere di una sola carezza.
Nessuno apre
Ma non chiederti le cause
Vale solo la forza degli effetti,
Come guardare il vento che passa
E volerne prendere parte
In mezzo a una forma,
A un amore che squilla

*

 

Gaia Giovagnoli, Teratophobia (Round Midnight Edizioni)

 

Teratophobia, libro d’esordio di Gaia Giovagnoli (Rimini, 1992) affronta la paura del mostruoso che si annida nell’altro e nelle profondità di sé, nella materia del corpo. Protagonista di questo libro è un’identità che si cerca in primo luogo nella carne («io / la carne» intitola la prima sezione), e per questo ha bisogno di violenza e di strazio, necessarie per uscire da sé («sono nata bestia nuda / senza ponti verso il fuori»). Durezza e crudeltà sono una risposta al dolore, ma anche strumenti per andare oltre le maschere fittizie apposte dagli altri («ero mostro fragile / mi chiamavano bambina / mi vestivano da brava»). Il soggetto assume una postura sacrificale, esponendosi alternativamente come vittima e carnefice, di se stessa e dell’altro: «agnella bianca che si deruba», «Ifigenia / e Agamennone insieme». Figure mitologiche provenienti dal mondo classico e biblico si susseguono, in questo percorso di formazione, come «maschere tragiche» (Andrea Donaera), necessarie a liberare strati antichi del sé:«– sai che macchio la gola / nel ringhio assetato / che atterro la cerva e la strappo // Ho sotterrato me menade / che piange nel bagno». Oppure sono identità metamorfiche, provenienti dal mondo della natura, a venire incontro al soggetto nella sua costruzione: «cigno donna che […] / in morte fa il grido più acuto», «una cagna sola», «vipera bianca, statua di squame». La struttura del libro, sapientemente costruita in quattro sezioni, porta l’indagine dall’io al «loro / la radice», «lui / lo strappo», «tu / il nodo», riconoscendo infine, nella relazione con l’altro, una possibilità di rinascere, di ricongiungersi nell’autenticità: «in te lavare nel sangue / la noce di un mostro».

 

Ti porto i chiodi:
il resto sono solchi zitti amari come il latte
di chi ha perso un figlio e si bagna la camicia
– il resto non so dirlo

 

Nei chiodi fai l’arma di una chiave di volta: ti valgono a traccia:
a seguirli mi trovi neonata


Il chiodo dice cosa strazia: ha aperto un nodo
come un tuffo l’acqua Il chiodo tocca il buio e dice del mostro:
se vuoi sentire di me leggi nel sangue
– che dal sangue biforco come rami di un cervo:
la debolezza fatta osso spino a bucarmi la testa: un’impotenza che è corona che innalzo


Leggi le viscere: ho un corpo
da scontare – l’ho portato avanti e riconosciuto a stento


La pelle qui non cicatrizza: resta coperta
di carne slacciata.

 

*

Giulia Martini, Coppie minime (Internopoesia)

Fra calembour, citazioni, paronomasie e preziosismi, procede il libro d'esordio di questa giovane e talentuosa autrice, ossessionata dall'uno e triplice demone del linguaggio, dell'ironia e di eros. Fin dal titolo, la passione per l'uno subito travalica nell'altro e la caccia d'amore si fa ironica ricerca linguistica («Con quanti giri di parole giro l’isolato dove pianeggi e abiti», p. 19), in una gioiosa trasfusione di ambiti che, ad ogni pagina, non si astiene dal mostrare l'apprendimento compiuto degli strumenti canonici della nostra poesia (endecasillabo e inversione, soprattutto). Alle forme classiche, Martini oppone una forte e programmatica frizione sul piano lessicale e tematico, che vorrebbe giovarsi - come già tante volte fu - del cozzo fra l'antico e il moderno, fra il termine dotto e desueto («Canto questo che sento come carcere lacuàle», p. 18) e il brutale picco nella contemporaneità («orde turco-tartare per l’hardware», p. 21). In questo continuo gioco, il libro trova un'altalena di risultati: se riesce felice, è quando il furor rhetoricus si contiene e raggela il testo in un'interrogazione radicale e quotidiana insieme (come a p. 29); in altre, il pretesto si fa evidente e la pagina sta lì, più degna di una story di Instagram che di una pagina di poesia (come accade a p. 34). Ma anche questa è la provocazione di questo libro: mettere alla prova gli schermi e gli stereotipi, provare a cercare una via che tenga insieme la tradizione cartacea e l'esperienza digitale, il piccolo mondo borghese delle nostre ossessioni e il vasto mondo che i nostri linguaggi dischiudono.

 

*

Guido, io vorrei che tu e Lapo e io
e Kennedy e Roland e Winston C.
e la mia santa mamma che sta lì
in cucina a straguardare la tv

 

Guido io vorrei che Lapo e io
e tu e Tutankamon e Marilyn Monroe
ed Edgar Allan e il giovane eroe
di quando ero bambina, Harry P.

 

e P. P. P. e Giovanni P. che sa
perché tanto di stelle arde e cade,
santo L. e supersanto Gesù C.

 

che se ne sta nell’orto degli ulivi
– ma anche lei e soprattutto lei –
io vorrei che fossimo ancora vivi.

 

*

Stefano Modeo, La terra del rimorso (Italic pequod)

In questo libro d’esordio Modeo non teme di usare termini, ancor più che temi, del quotidiano. Affida a parole e situazioni note, detonate e depotenziate dalla cronaca (contratto a progetto, immigrati, sbirri alla Diaz), un ignoto o quantomeno inedito sguardo e compito, quello di ribaltarne in qualche modo il destino. Entrano questi fatti dentro una poesia, una poesia da leggere in piazza, fosse anche ‘la piazza semivuota del tuo cuore’. Non facciamoci qui scappare nostalgie definitorie quali ‘poesia civile’, categoria che, ad avviso di chi scrive, non esiste o che in qualche modo accoglie tutta la poesia. Queste di Modeo sono aperture di fiducia verso la poesia stessa, inversamente proporzionali, sembrerebbe, alla fiducia nella possibilità di poter cambiare il mondo. Qualcosa che, a ben vedere, resta solo un tenace, ma non soddisfatto, desiderio. Eppure, eppure, c’è la scrittura a prendersi cura di questo fallimento. La lingua è a tratti distesa e batte un ritmo che richiama l’oralità, verrebbe voglia in certi casi di un ascolto, più che una lettura. E anche se in alcuni punti la raccolta pecca di alcune ingenuità stilistiche, o magari si adegua a troppo facili soluzioni, è dal senso che viene illuminata, specie per la scelta di mettere i testi sotto l’epigrafe del sempre illuminante Ernesto De Martino. Questo dà una chiave di lettura chiara, direi commovente. Il desiderio di parlare di una terra verso la quale si sono compiute scelte critiche, sbagliate, di cui non si ha nemmeno reale consapevolezza. Che si parli di Taranto, del Meridione, dell’Italia stessa pare questo oggi del tutto pertinente e necessario.


XI


Oggi: lezione di storia. No Cavour né Garibaldi mi sono simpatici
vorrei dire a Robert e forse anche a Frank (che vorrebbe essere Napoleone)
che vorrei, sì lo vorrei: starmene a casa a leggere e fumare piuttosto che
sentirmi chiedere: Perché indossavano le camicie rosse?
Forse, mentre chi nasconde cellulari, il mondo si proietta per noi altrove.
Ed io sto per comprarmi una macchina. La userò per andare a lavorare.
Fuori le finestre, intanto, il vento incalza e l’Appennino trema (amabilmente vivo)
È crepata la vita dal fondo del sonno.

 

*

 

Mariachiara Rafaiani, Dodici Ore (La Gru)

 

Il numero dodici il numero allude a una totalità, lasciando presagire il suo rovescio, e rinvia al percorso della voce poetica, che ha a che fare col cambiamento di sé attraverso l’alternarsi improvviso dei luoghi visitati. Nulla è sicuro nell’accadere delle cose fuori di noi e dietro il loro farsi visibile, ecco aprirsi una faccia oscura.

Mentre si chiede la direzione e la sua ombra, in gioco è il conoscersi (esserci e non vedersi), rappresentato dalla metafora del viaggio e dell’incontro (non sappiamo nulla degli altri), anche se talvolta il vuoto è cantato senza un vero timore del vuoto, come fosse osservato da un calmo rifugio. Prevale la tonalità narrativa sui tentativi (in verità, belli) di dar vita a immagini che esplodono in un verso, ma la cui potenza è sempre e solo sul punto di toccare la vertigine. Siamo soli nella gioia, prima e dopo / e il destino ci scavalca sempre.

 

Negli occhi istoriati della cantante
ho visto arrivare la mezzanotte
e la versificazione della sera
quando tu non c’eri

 

Ho temuto il vuoto degli accadimenti
lo ieri ed il domani spento
e pelle e ossa e cemento
tetti e le strade vuote

 

Esserci e non vedersi
era in atto la fine delle trasparenze
una nuova costruzione mitologica
dell’amore assente

 

*

 

Eleonora Rimolo, La terra originale (Lietocolle-Pordenonelegge)

 

Non è alla sua prima prova la nemmeno trentenne Eleonora Rimolo, tanto che questo suo ‘La terra originale’, come sottolinea nella prefazione Giancarlo Pontiggia, dà in molti punti prova di maturità. Soprattutto linguistica, metrica, stilistica, sottolinea il prefatore, con il quale chi si scrive sostanzialmente concorda. Interessante anche il punto di vista, lo sguardo dell’autrice verso il mondo, un posto nel quale ci troviamo ad esistere, semplicemente, ‘con altri uomini’, come chiosa citando Jaspers. Vivere ‘quando ti lanciano addosso le cose’, ma anche cadere ‘fuori dalla vita’, ‘sopravvivere alla rimozione’, ‘strappare la radice e non trovare il seme’. La terra originale potrebbe dirsi allora originaria, con tutto il suo mistero consumato, un luogo dai confini poco chiari, dove figure stanche, perdute, a volte traumatizzate, spesso o quasi sempre senza un legame col mondo, si muovono, lavorano, amano. Il tutto, senza vero contatto con quello che fanno, come graffi sui vetri, ‘sognando l’infanzia’, spinti da una fame d’aria e luce, un vagare a volte ‘senza muoversi di un passo’. Una poesia che non teme il confronto con la filosofia, a cui viene dato un compito conoscitivo esistenziale, il tutto con misura, tanto che anche laddove compaia il disincanto è sempre connotato da una certa freschezza.

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà
via per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

*

 

Emanuela Rizzuto, Porta Libeccio (CartaCanta editore)

 

Al centro del libro d’esordio di Emanuela Rizzuto (Palermo, 1995), è l’immagine della porta-ianua: soglia di inizio-fine, passaggio attraverso cui la vita avviene. A operare questa apertura e metamorfosi nell’esistenza è l’amore. Il dialogo con gli affetti è infatti il tessuto principale del libro, che intreccia lacerti di quotidianità con gli abbagli e le trasfigurazioni che l’amore produce nella visione. La forte richiesta di senso e di ancoramento, passa infatti sempre attraverso la relazione con l’altro (un tu amato, riconosciuto come radice e baricentro dell’esistenza), e la relazione con il paesaggio-corpo della natura. Oltre alla porta, un’altra immagine centrale, fin dalle epigrafi che aprono il libro, è infatti quella delle pietre: peso da portare, condanna e insieme identità, possibilità di fondamento, di costruzione di sé. Lo sfondo di questo libro è quello di un’azione rituale, un sacrificio fondatore del proprio sé, del proprio essere al mondo. Il tempo è quello matrilineare, circolare, che si apre verso l’origine e il suo perpetuarsi. Così, dopo avere tracciato le sue mappe interiori, confrontandosi anche con le incongruenze dell’amore e le sue assenze, e con la necessità di obbedire al flusso della vita («“Nur gehen” dicevano “Solo andare”»), può arrivare a riconoscersi in un’identità aperta: «Io sono gambe / non madre non moglie non donna / non siciliana non giovane non castana / sono gambe, sono corpo e terra e aria / sono origine e movimento». E infine compiere quel rituale di fondazione di se stessa, trasformando il peso di ogni pietra, da condanna a possibilità di consistenza e di elevazione: «Prendi la pietra, posa la pietra, prendi un’altra pietra. […] Dalla porta entra la voce d’acqua che mi inizia. […] divento cattedrale».

 

L’androne del tuo palazzo respira.
Saliamo le scale dai gradini alti e ci fermiamo al sesto col fiatone.
Goethe dice: «Questo è il più bel promontorio del mondo».
«Mi fanno male le mani».
Non capisci che non posso aiutarti?
Io posso darti tutto l’amore che non serve.
Manca solo un piano.
«La prossima volta che andiamo a fare la spesa porterò lo zaino».
Dammi le tue pietre.
«Non fa niente, hai già le buste con il latte».

 

***

 

L’amore è in alto e tu sei lì con Dio,
il treno per il Nord non l’abbiamo mai preso
insieme
noi siamo a reggere il peso delle pietre e delle ore tra le bugie in cui ritrovo Chaos primordiale
sul pianerottolo a porta aperta dove il vento del Nord non arriva
né le aquile, il ghiaccio, le nuvole a cerchio né l’aurora boreale offuscata dai lampioni della via dove andiamo a fare la spesa.
Qui c’è il gatto, il caldo, il bene
qui viviamo tra le cose di ogni giorno. Ma l’amore è sempre di più, dicono più di ogni sacrificio
più di vivere insieme ai tuoi difetti
e a sera addormentarsi con le mani nere come avessi lavorato con la terra.
Così una mattina sei volato in stazione
da solo
e ti ho sognato cantare
«L’amore sta dove tutto è inspiegabilmente santo».

 

*

Vittoria Vairo, Le strade sono di chi ama (Aletti Editore)

 

Uno dei principali rischi dei libri d’esordio è quello di una scrittura che resta invischiata nella tradizione letteraria, facendosi involontaria e inconsapevole espressione di epigonismo, oppure quello di una scrittura che non si è ancora pienamente congiunta con una voce originale, frutto di un lavoro duro su se stessi, sul portato della propria esperienza, e di letture attente e meditate. Il libro di Vittoria Vairo corre il secondo rischio. Pur partendo da un nocciolo emotivo e da una necessità di scrittura che si intuisce autentica, non sempre è in grado di dare a questo nucleo di vissuto una forma capace di custodirlo. Espressioni e metafore che compaiono in questi versi come “mare di lacrime”, “pozzi di cristallo”, “fragili fruscii”, “nell’imperterrito scivolare di sabbie”, “la consapevolezza di essere vento”, “il fiorire di un bucaneve” ed altre attinte a un immaginario ormai consunto e prevedibile, andrebbero accuratamente evitate. Su cosa può puntare l’autrice, allora, per scrollarsi di dosso questo armamentario e mettere a frutto i suoi slanci e la sua tensione? Forse sul suo gusto dell’immagine e su certe clausole impreviste e paradossali come quella che chiude il testo sopra trascritto: forse la sua poesia, come la poesia di tutti, dovrebbe tendere proprio a ciò che non si vede oltre l’orizzonte.

 

Darmi del tempo per respirare?
Passerà anche questa tempesta,
questa furia ruggente che fa vibrare le arterie
di nuovo imparerai
a camminare con le mani
a diventare ciò che vuoi.
E sai, vero, che non ti basterà?
Perché il passato è sempre un miglio avanti sul presente
perché sempre scrutiamo l’orizzonte
alla ricerca di ciò che non è.

 

*

Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo (Interlinea)

Il libro di Giovanna Cristina Vivinetto è il resoconto in versi della complessa esperienza di un transito: un corpo maschile, avvertito come improprio, è trasformato in un corpo femminile e, in questo lungo passaggio, liberata e riscoperta è la parola della propria mente e della poesia. In dialogo e nel progressivo e commovente abbandono della parte di sé che si è scelto per sempre di perdere, Vivinetto si fa “madre di se stessa”, assecondando la voce che le disse: «prendi, figlio mio, diventa ciò che sei se ciò che sei non sei potuto essere» (p. 28). L'esperienza del transito è allora vissuta come un dovere (il dovere della libertà) e contemporaneamente un dono, il dono di Tiresia: colui che è capace di «arrendersi al bisbiglio del corpo» e che nondimeno resiste nella «lotta fratricida tra spirito e pelle» (p. 28). Il tema al centro dei suoi versi presenta indiscutibilmente alcune forti novità e si sarebbe prestato a forti spasmi stilistici; ma l'autrice decide di trattarlo assecondando uno stile medio, tutto asservito a comunicare il cuore narrativo e umano di un'esperienza che non vuole rimanere verbale, ma farsi messaggio esistenziale per tutti. Non sempre però la strategia funziona. È come se la toccante profondità del contenuto non trovasse sempre nello stile uno specchio in cui riflettersi e i due mondi, quello dello stile e quello dell'esperienza, rimanessero uno di fronte all'altro: nei momenti più fertili, entrambi restano visibili e qui la potenza umana di questa poesia si sprigiona al suo culmine; in quelli meno, i due piani sono trasparenti l'uno all'altro: il tono medio e certe immagini tradizionali impediscono che il lettore riscopra nel corpo della parola poetica quella «materia di un corpo universale» (p. 38) che da sempre la poesia auspica e cerca.

 

*

Ho sempre orinato in piedi.
Ho imparato ad espellere i fluidi
in piedi e per diciannove anni
ho sempre orinato così.

 

A vent’anni non ho più orinato
in piedi: mi sono seduta.
Non che fossi operata, non che fossi
già evirata: l’organo non era
mutilato. Intatto, orinava
come aveva sempre orinato.
Questa volta seduto, accovacciato.
Dopo vent’anni rifunzionalizzato.

 

Credono che la conquista di un corpo
transessuale sia l’alterazione del visibile.
Un corpo gonfiato, manipolato
che appaia quasi irriconoscibile.

 

Sedersi senza deformare è in verità
l’atto più sincero. Più rivoluzionario.
La manovra più difficile.

 

Sedersi e scoprire che il corpo
non si mortifica se cambia approccio
alla normalità – la sessualità
è tutto un groviglio da districare
nella mente – che non serve a niente
dilaniarsi pezzo dopo pezzo il corpo
per renderlo accessibile
se non si riesce a sedersi
con se stessi. Se non si è in grado
di consolare quell’intima diversità
che ci ha costruiti macchine perfette
benché contro la nostra piccola volontà.